Ferragosto
Sentire una brezza leggera che accarezza gli alberi del giardino e le tende arancio-rosse della camera giungendo a lambire anche i miei piedi affaticati dal sole e dal mare di Sardegna in un giorno in cui molti son fuori e pochi dentro (e quei pochi son comunque silenziosi e pacifici per non dire assenti del tutto, fatta eccezione per le laboriosissime cicale sempre all'erta)
è un privilegio raro.
Grazie 15 di agosto 2008.
L'anno scorso pitturavo credenze con l'angoscia nel cuore.
Oggi scrivo pensando di essere ancora in barca e preparando i testi per domani mattina.
Si carpa in diretta, vi aspetto!
Il primo di agosto
Oggi è il primo di agosto, cari e gentili lettori di blog.
E' importante che qualcuno vi ricordi l'importanza del primo giorno del mese,
perché è come mettere la prima in macchina. Soltanto da lì poi seguono tutte le altre marce: prima, seconda, terza, quarta, fino ad arrivare alla quinta che parentesi vi fa anche risparmiare. Ma è proprio una parentesi perché qui il concetto principale è l'importanza dell'uno. 1 scritto come piace ai matematici. 'One' come direbbero gli U2 in una canzone che ha 4 accordi ma suona bene e parentesi l'ho anche suonata ad un matrimonio anche se, a ben guardare il testo, non è che sia poi così pacificamente matrimoniale. Ma si sa che a noi italici ci piace la musica, la melodia, il bel canto con gli acuti e le cantanti che strabuzzano gli occhi come se dovessero schiantarsi a terra da un momento all'altro. No scusa, allora a questo punto molto meglio Bono con gli acuti doloranti di una canzone di cui non capiamo bene il senso se non che 'siamo uno ma non siamo la stessa cosa'. Concetto chiaro e semplice.
Il primo di agosto arriva solo una volta.
Fatemi gli auguri che oggi è il mio compleanno.
Cut & Go
Poi ci sono giorni in cui ti svegli e dici:
sai che ti dico?
Quasi quasi i capelli me li taglio da sola.
Prendo l'accetta,
ma no via, ci sarà qualcosa di meglio di un'accetta
qui in casa, va bene che è una casa vecchia ma una forbice,
per carità divina, ci sarà una forbice no?
Certo che c'è: è la forbice della cucina,
quella con cui apro le mozzarelle
e taglio la confezione di caffè sigillato,
forbice altamente culinaria
e pertanto adatta anche ad un taglio di fino sopraffino,
quale quello richiesto dal capello.
Via, impugno l'arma e parto.
Cesello a destra,
cesello a sinistra,
dietro non cesello perché non ho tempo
e mi accontento per ora della visione frontale,
cosa sono tutte queste storie che uno si deve vedere
tridimensionale,
già ci vediamo troppo,
siamo tutti lì pronti a guardarci a spiarci a rimirarci a trovare un difetto
un adipe di troppo una ruga corrugata un'espressione cellulitica oddìo lì proprio no e invece sì, proprio lì, tiè.
Corpo di bacco,
siamo tipi davvero sofisticati,
ci do un taglio e parto.
Al ritorno, dopo aver avuto vari feedback sul retro-capello
(simile a siluro o posteriore di upupa),
provvedo anche al cesello di dietro,
un po' a intuito,
un po' con lo specchietto retrovisore,
e alla fine son davvero soddisfatta,
perché le opere artigianali,
fatte con le tue mani,
son le più belle.
Anno I dell'era cosmetica autarchica.
Après la classe
E premetto subito che il pezzo non ha niente a che fare con il gruppo salentino degli Après la classe però cercavo un titolo che unisse il francese e la classe, e questo mi è scivolato così felicemente tra le dita che non ho la minima intenzione di cambiarlo. Chiusa la premessa, si parte.
Si gonfiano come vele i pantaloni di stoffa lievissima dell'anziana signora sulla terrazza. Quasi quasi penso che prima o poi prenda il volo, tale è il vento che oggi soffia a Roma. Nonostante i frequenti sogni di volo, oggi non ci penso neppure a librarmi nel cielo perché ho raccattato un accredito per la grande festa nazionale francese del 14 luglio: nel 1789 momento di furore rivoluzionario alla Bastiglia, oggi occasione di raduno di gran classe, da pronunciare come la speaker di RadioMontecarlo: musica-di-groan-classe.
Così mi godo il sole di una splendida giornata quasi primaverile sulla terrazza del Palazzo Farnese, sede dell'ambasciata di Francia. E guardo questa meravigliosa popolazione di ambasciatori-mogli volanti di ambasciatori-accompagnatrici svolazzanti di ambasciatori-giovanissima ministra Meloni (ma era lei?)-Vittorio Sgarbi-Eugenia Roccella con occhiali scuri-uominipotenti-uominiguardinghi-sguardieleganti-sguardidiclasse-sguardicuriosi-sguardi normali di chi in fondo in questo ambiente è sempre cresciuto e semmai è tutto il resto fuori a costituire un problema.
Fuori stazionano 4 carabinieri a cavallo con i pennacchi, con i pennacchi e con le armi. "E' la tenuta anti-sommossa, non sia mai dovesse succedere qualcosa...", mi spiega un carabiniere senza cavallo molto giovane e in vena di conversazione perché prima di entrare vorrei tanto sedermi all'ombra del palazzo, sulle panche marmoree, ma lì non si può in quanto sta per arrivare la banda. Quando la banda ingrana uno zumpappà convinto, ci si mette in fila e si lascia cortesemente passare un duetto degno della migliore tradizione della commedia comica italiana: signora centenaria con prelato anch'egli grossomodo centenario, e in più provvisto di benda nera sull'occhio. Le evocazioni di Serbellonimazzanti & co. sono lì sulla soglia, ma bisogna scacciarle con forza per trasformarsi al più presto in principesse, gran-dame, signore disinvolte che si apprestano a varcare saloni mozzafiato.
A metà scalone un modellino di treno ad altà velocità, giusto per ricordare che i cugini d'Oltralpe son gente efficiente, altro che noi che ci perdiamo tra TAV ed Eurostar in ritardo. Solo un'evocazione della modernità, per lasciare poi spazio alle meraviglie del passato perduto: la galleria dei Carracci, saloni di arazzi e divanetti morbidi dove sprofondare o giocare ai diplomatici in riunione, statue di satiri, il mitico Ercole Farnese sul quale tanto ci intrattenne lo zitellissimo prof.di archeologia, vasi, dipinti, soffitti lignei cesellati, e, ovviamente, il ricchissimo buffet dove di nuovo affiorano ricordi da commedia non consoni con l'ambiente, che pare essere l'antitesi perfetta di qualunque principio umoristico. Tutto è infatti molto contenuto: i gesti, i sorrisi, i bacia-mano ripresi dai fotografi, le plaisanteries, enchanté, enchanté, le presento mia moglie, ma senza esagerazioni, senza smancerie, tutto lieve, perfetto, e gentilissimo.
E' l'esperienza della gentilezza unita all'eleganza che mi fa fare improvvisamente un altro sogno, ma non di volo. Sogno di rivedere gli studenti tremendi dell'istituto professionale dove ho fatto supplenza l'anno scorso. Li rivedo ad uno ad uno, e per ciascuno trovo la giusta collocazione in questo 14 luglio: il più volgare e maleducato nel salone dell'ambasciatore, seduto a sorseggiare un prosecco mentre esprime elogi ed apprezzamenti sugli affreschi che ritraggono Paolo III; quello che non sapeva leggere a colloquio con un diplomatico vietnamita sulla terrazza che già da sola ti rende nobile ed altolocato; il più svogliato intento a decifrare un'iscrizione latina su un vaso decorato con bassorilievi e quello che sputava cartacce, incapace di stare seduto per più di 5 minuti, sprofondato per l'occasione in una poltrona biancocrema, fermo a sfogliare un libro sull'arte rinascimentale a Roma.
E' un sogno che mi gusto con nostalgia e un pizzico di malinconia, che tanto vanno a braccetto. Penso che le scuole frequentate da ragazzi con un alto tasso di disagio dovrebbero proporre proprio per contrasto visite di questo genere. Così per due ore almeno scordi le tue origini, scordi il linguaggio greve, scordi i gesti volgari, e contempli qualcosa di diametralmente opposto al mondo in cui sei abituato a vivere. Un po' come diceva Peppino Impastato-Locascio nei 'Centopassi': per contrastare la bruttura occorre contemplare la bellezza. Tutto il tempo e l'energia spesi per dire 'no così non si fa', 'no, così non si fa aiuto', 'no, così non si fa aiutooooo' (POW!-la prof è colpita da un limone), forse potrebbero essere meglio impiegati nell'offrire un panorama diverso che magari si trova sotto casa e non necessariamente a Berlino o Barcellona, mete di gite scolastiche.
Sì, avessi più coraggio e un fisico bestiale per resistere agli urti di una classe di potenziali delinquenti, i miei studenti fetenti oggi li avrei portati in gita qui, all'ambasciata di Francia di Palazzo Farnese. Almeno per scoprire che la parola classe può voler dire anche qualcosa di diverso da un'aula scolastica sgarrupata. Après la classe, voilà.
L'ennesima mistificazione
C'è almeno un buon motivo per scendere in piazza oggi: essere testimoni in prima persona di quello che il giorno dopo i giornali non racconteranno. Ieri in piazza Navona c'ero anch'io, e posso assicurarvi che ne è valsa la pena. Non sono volati soltanto insulti, come oggi scrivono in molti, e non è stata solo la dimostrazione che la sinistra è perennemente divisa. "Una bugia detta tante volte diventa verità", ha detto Alex Santino Spinelli, penultimo ad intervenire sul palco in rappresentanza del popolo romanì, oggi al centro di una nuova ondata xenof0ba che evoca - come hanno ricordato tra gli altri Rita Borsellino e Moni Ovadia - le leggi razziali.
Dalle 18 a poco dopo le 21, cioè per più tre ore, molti di noi sono stati in piedi per ascoltare tutte le possibili declinazioni (dall'arroventato monologo anti-Carfagna e anti-Ratzinger della Guzzanti all'eloquio pacato di Lidia Ravera, da Beppe Grillo in collegamento telefonico ad Andrea Camilleri in splendida veste poetica, da Pancho Pardi a Paolo Flores d'Arcais, organizzatori della manifestazione insieme a un Furio Colombo visibilmente furioso dopo le bordate di Grillo contro il presidente Napolitano) di un unico tema: la democrazia italiana è in serio pericolo. E basterebbe forse un unico dato a dimostrarlo. Lo ha fornito Marco Travaglio, il più applaudito ed acclamato dalla piazza: in un solo mese sono state varate 5 leggi incostituzionali. Un vero record di fronte al quale però nessuno sembra opporre una reale resistenza, a tal punto che Travaglio alla fine del suo intervento ha affidato a tutti i presenti una speciale missione: "Aiutiamolo a sparire, perché da solo non ce la fa".
Ce ne andiamo con Zucchero di sottofondo: "Dici che sono un perdente ormai, woman". E non è la 'Canzone popolare' di Fossati, non è 'Mi fido di te' di Jovanotti, c'è molta più malinconia anche solo rispetto a qualche mese fa. Siamo forse tutti molto stanchi e, in fondo, facciamo fatica a credere che davvero qualcosa possa cambiare in un Paese dove nessuno avrebbe mai pensato di 'resuscitare il caimano' facendoci diventare di nuovo lo zimbello di tutta Europa. Un napoletano grida: "Facimm'a'fin'dell'Argentina!" E io alla fine l'Argentina me la trovo vicina, formato insegnante conosciuta l'anno scorso nell'istituto professionale teatro di guerre quotidiane fuori e dentro le classi. E' lì con le due giovanissime figlie che hanno seguito tutta la manifestazione. Andiamo a mangiarci un panino da McDonald's, perché il bello della piazza è anche questo: non sei solo nella tua stanzetta a guardare il cielo ma respiri con gli altri, anche a costo di sentirne gli odori stagionati alla fine di una calda giornata di luglio. L'argentina non ha dubbi: "Me preoccupa el potere autoritario, la dittatura. Ma una cosa tremenda come le impronte digitali ai bambini rom, questo non esiste neanche da noi". Don't cry for me Argentina. Anzi, cry for us, Argentina.
Postilla poetica di Andrea Camilleri:
"Ha più scheletri nell'armadio lui che la cripta dei Cappuccini"
"Sei così ipocrita che quando l'ipocrisia ti avrà ucciso, sarai all'Inferno ma ti dirai in Paradiso"
Più carpe per tutti
Chi ama andare a pesca ma soprattutto chi riconosce che nella vita non c'è un filo logico che lega ogni momento all'altro, può - con le dovute precauzioni - scaricare i podcast delle ultime puntate di 'Carpadiem', un programma ad alta indefinizione per ammissione degli stessi autori (che via, almeno così danno prova di una certa qual onestà interiore, e scusate se è poco).
Fuori contesto
E' sempre importante il contesto nella vita. La statua di eroe con un piccione avvinghiato sulla testa perde improvvisamente la bellezza sospesa di una fotografia stampata su un catalogo, anche se realizzata da un uomo amabile con gli occhi da animale preistorico. Il fotografo guarda la statua, la statua ricambia. E' un incrocio di sguardi. Se improvvisamente un piccione si avvinghiasse alla testa del fotografo l'armonia tra i due mondi sarebbe perfetta.
Anche i preti hanno bisogno del contesto giusto. Prendi lo stesso prete a dire la messa e rivedilo davanti ad un quadro delle tentazioni di S.Francesco nascosto nel retro-chiesa. E' un uomo qualunque, s-tonacato, lo sguardo tranquillo, persino simpatico. Offre il caffè da zuccherare con uno speciale cucchiaino biscottato che tu dici no, mi sta prendendo in giro, è il classico scherzo da prete. E invece no, il cucchiaino è vero, è vero anche il biscotto ma tutto continua ad assomigliare ad uno scherzo perché appena intinto nel caffè il cucchiaino si disintegra e il caffè rimane amaro. Il classico scherzo da prete, appunto.
E l'arte? L'arte ha bisogno di un contesto? Dipende da quale arte. C'è un'arte semplicemente brutta che, ovunque tu la metta, rimane brutta. E' il caso delle 'installazioni' che sono state sistemate in questi giorni nell'area sacra di Largo Torre Argentina, qui a Roma. Accanto ai resti dei quattro templi di età repubblicana si possono oggi scorgere anche quelle che all'occhio esterno appaiono baracche di un villaggio Sioux 'de noantri' o rozze quinte teatrali. Tra le assi di legno chiodate, un chiasso di luci che dovrebbero dimostrare qualche concetto virtuoso legato all'Enel e all'energia. Arte al servizio del potere o magico potere dell'arte che per essere accolta come 'vera arte' deve essere veramente incomprensibile? Qui il contesto non fa che aumentare il disorientamento ma anche il disappunto: da un lato la semplicità dei classici, dall'altro il caos contemporaneo. Non è chiaro quale dei due sia fuori contesto rispetto all'altro. (Mi rendo conto che il finale è un po' criptico ma in fondo anch'io appartengo alla grande categoria del caos contemporaneo; e poi fa davvero molto molto molto caldo)
Pulsatilla
E' divertente trovarsi su un palco a presentare qualcuno che non conosci. Primo perché così non vai lì pieno di aspettative o pregiudizi. Secondo perché hai meno timori reverenziali nel caso tu fossi di fronte a Dante. Fatti non foste a vivere come bruti...Ti immagini intervistare Dante senza conoscere neanche questo verso? Pensare di trovarsi di fronte a un bischero qualunque esiliato e pellegrino e chissà, pure un po' supponentino? Libertà vo cercando...Era già l'ora che volge il desìo ai naviganti e 'ntenerisce il core...Non amo i puntini sospensivi ma con la poesia sono necessari. Predispongono l'animo a cogliere nell'aria qualsivoglia brezza poetica si trovi a spirare dalle vostre parti. E poi purtroppo lo ammetto: a differenza di Benigni e nonostante abbia licenza di uccidere cioè di insegnare Italiano negli istituti professionali, non conosco la Divina Commedia a memoria. Solo versi sparsi che non mi fanno onore, anzi mi fanno vergognare di avere preso la Laurea in Lettere conservando una crassa ignoranza nel Padre della Patria Letteraria che per tutti noi è, innanzitutto, la lingua italiana.
Orbene come si farà ora, dopo queste solenni premesse, ad arrivare alla giovane ed imberbe (i baffi ha confessato che se li depila, può essere che anche la barba faccia la stessa fine) Pulsatilla, che pulsa vita e vitalità da ogni poro della sua minuta statura? Non ne ho la minima idea. Come al solito la tastiera mi ha un po' preso la mano, e faccio difficoltà a ritrovare il centro del discorso, ammesso che ce ne debba essere per forza e sempre uno. Credo che mi abbia portato fuori strada la stessa parola 'divertimento' (vedere prima riga sub specie adiectivi 'divertente'), che in sè ha una deviazione intrinseca. Divertire da 'di-vertere': portare lo sguardo da un'altra parte, distoglierlo per qualche istante dal proprio ombelico per interessarsi a qualcosa che non siano le proprie numerose, insistenti, insolenti paranoie. Come quando guardi dal finestrino del treno, per riposare gli occhi in quella meraviglia ondulata che è la nostra campagna centro-italica, mentre un'altra parte di sguardo si posa felice sul volto di un ragazzo iraniano dai capelli corvini e un orecchio (ma solo uno; l'altro è congelato dall'aria condizionata) ascolta il profluvio di parole provenienti da un signore fissato con la storia che 'nella vita non bisogna sbagliare un colpo sennò ti ritrovi come me a 62 anni, che viaggio su un Intercity in ritardo mentre potevo essere chissà dove alla Maldive'. A parte il fatto che così, intrinsecamente, ci offendi a tutti e due (me e il principe iraniano), ma poi figurati, sto costruendo un programma sulla liceità dell'errore nella vita, ecchettelodicoaffà? Carpadiem! Ogni sabato e domenica mattina tra le 8.45 e le 10, stay tuned!
Dunque Pulsatilla. Ci conosciamo tra carni grigliate e gnocchi al pesto ad Arezzo, io convinta d'esser lì a parlar di me (narcisismus classicus), lei certa di essere lì a parlar di sè, anzi presentata da qualcuno chiamato per l'occasione a tesser le lodi del suo ultimo romanzo 'Giulietta Sqeenz' (da pronunciare Squinz mi raccomando). E con questo misunderstanding di partenza diamo inizio alle danze, per la precisione alla 'Ballata delle prugne secche', che si legge molto più rapido di un Intercity e forse anche di un Eurostar. Ma io questo non lo so ancora. Sono lì a cercare di osservare il personaggio, facendo slalom tra un racconto autobiografico e una parolaccia, una parolaccia e un aneddoto di infanzia. La cosa mi turba, perché sogno una comunicazione in cui sia possibile dirsi qualcosa senza usare per forza il turpiloquio e certo, uno oggi potrebbe lecitamente chiedersi cosa sia il turpiloquio: le battute che si scambiano i politici in Parlamento o lo slang di chi ha accumulato rabbia nei confronti della vita? Lasciando a margine la domanda, sono felice non solo di aver letto quasi in un soffio la 'Ballata', ma soprattutto di aver conosciuto per qualche ora Valeria-Pulsatilla. Sento di essermi riconciliata con una parte di me (la narcisa con esito monastico - v. pag. 148) e di essere pertanto pronta a fare un nuovo passo nel magico mondo della Z.T.L. Spiegazioni sulla sigla saranno fornite direttamente alla radio questo weekend. Carpadiem! Tra le 8.45 e le 10 su radio2 fino al 7 settembre. Non perdetelo! Non perdetevi! La conduttrice si è già persa, ci mancate anche voi.